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 La Chiesa di Casaranello 

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Casarano è un centro con forti presenze artistiche dell’età barocca e dell’art nouveau, ma l’emergenza monumentale più importante è la chiesa di santa Maria della Croce, oggi nella periferia della città, un tempo invece nel nucleo originario, il casale denominato Casaranello (Casaranum parvum in un documento del 1271).

Si tratta di una chiesa a tre navate con straordinari interventi pittorici stratificati in un periodo che va dal V al XIV secolo.

Alla modestia degli esterni si contrappone la ricchezza storica degli interni, dove mosaici del V secolo testimoniano una diffusione certa e ad ampio raggio del cristianesimo in Puglia.

Si conservano solo quelli dell’abside e della cupola, mentre rifacimenti dei secoli seguenti hanno distrutto quelli della navata centrale e probabilmente del transetto, dove invece troviamo affreschi bizantini del X-XI sec. E affreschi di gusto occidentale della metà del XIII secolo.

I mosaici della cupola, contornata da una fascia iridata, raffigurano la volta celeste con cerchi concentrici di stelle a sei punte campite in due zone di diversa intensità cromatica e culminanti con una croce gialla all’apice. Motivi decorativi che richiamano da vicino l’arte ravennate e la loro comune derivazione bizantina.

Nei quattro pennacchi degli angoli, elementi vegetali (tralci di vite, girali d’acanto, frutta, etc.) insieme a quelli geometrici della cornice, sintetizzano con raffinata eleganza la cultura simbolica dell’arte paleocristiana.

Anche nell’arcone dell’abside motivi astratti (trecce, meandri, ovali, rettangoli, parallelepipedi in scorcio etc.) e raffigurazioni di animali e frutta in tre campiture rettangolari, come tappeti musivi, rinviano a significati allegorici (il giardino del Paradiso Terrestre, l’uomo salvato dalla croce, l’uva simbolo come la melagrana della comunità cristiana etc.). Un percorso che probabilmente si concludeva con l’immagine di Maria, guida dell’uomo verso la salvezza, come sancito nel Concilio di Efeso del 431 d. C., della quale rimarrebbero soltanto le rosse tessere musive del nimbo, superstiti sulla parete di fondo absidale.

Soprattutto i mosaici, studiati in ogni dettaglio, hanno attirato l’attenzione degli studiosi, i primi dei quali non italiani.

Segnalati da Artur Haseloff per primo nel 1907, furono subito presi in considerazione da Ainalof che fa delle precisazioni sulla lettura di De Grunisein. Uno studio puntuale e preciso cui si rifaranno poi tutti è quello di R. Bartoccini (1934). In un campionario di motivi astratti, dalle foglie pentalobate ai travicelli con cinque perline a scacchiera, sfumati sempre con notevole pazienza nelle varie gradazioni cilestrine, viene rappresentato l’ordine del Kosmos.

Tutta la decorazione viene variamente legata a maestranze orientali che erano diventate punto di riferimento più costante rispetto a quelle romane o ravennati. Non mancano possibilità di confronti con esemplari della Macedonia o della Tessaglia (si veda la stretta analogia con alcuni particolari di mosaici pavimentali della basilica paleocristiana di Iolkos, nei pressi di Volos).

In età bizantina la chiesa subirà un nuovo intervento di decorazione di cui rimangono, come testimonianze più rilevanti e quasi in una sequenza cronologica, alcuni frammenti.

Ad un periodo a cavallo del X secolo ci riconducono le pitture absidali del santo vescovo e del santo martire corredate da iscrizioni votive in greco.

L’affresco che raffigura Santa Barbara (XI secolo) come una principessa ingioiellata, è perfettamente conservato sul pilastro di destra.

Fortemente suggestiva è anche l’immagine della Madonna col Bambino (Theotokos), sul pilastro di sinistra, ambedue con iscrizioni graffite in lingua greca. L’episodio del Bacio di Giuda sopra la prima arcata di sinistra fa parte di un più ampio ciclo cristologico che si data alla metà del XII secolo.

Successivamente la chiesa conosce il cambiare del gusto; si passa così da un linguaggio pittorico fortemente impregnato di cultura greca a fantasiose immagini e a stilemi tipici del mondo occidentale: le storie di santa Caterina d’Alessandria e di Santa Marina che, nella volgarizzazione pugliese e latina diventa Santa Margherita. Come direbbero Cennino Cennini o il Vasari “si volta dal greco al latino”.

Il cambiamento del gusto viene spesso legato al fatto che il papa Bonifacio IX fosse nativo di Casaranello. In realtà sono i feudatari angioini, tutti francesi, che impongono nuove scelte espressive. L’architettura, la scultura e la pittura gotica si diffondono su tutto il territorio (Alezio, Galatina, Soleto) con derivazioni spesso da modelli francesi o più frequentemente da modelli napoletani e dell’Italia centrale.

Una chiesa dunque che con il suo ornato musivo ricorda le più lontane origini del Cristianesimo nel Salento, diffuso già sul finire del quarto secolo. “Quando passerai per Otranto e Lupiae, troverai una folta schiera di fratelli e sorelle vergini che insieme cantano le lodi del Signore”, così scrive San Paolino di Nola in una lettera indirizzata a San Niceta che tornava dalla Dacia attraverso il Salento.

Una stratificazione storico-artistica che trova interessanti momenti di continuità. Recenti restauri hanno consentito il recupero di altre immagini (la Deesis, la treecentesca Madonna col Bambino, il Papa Urbano V).

I linguaggi legati alla tradizione orientale e bizantina e quelli più aggiornati e laici del gusto narrativo-popolare, in sequenze stilistiche dal cromatismo vivace come nei modelli catalano-rossiglionesi (le storie di Santa Caterina), fanno di Casarano un crocevia d’arte.

 Antonio Lupo

 

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Santa Caterina d’Alessandria

Questa è la Caterina inafferrabile, senza notizie sicure della vita e della morte. Ed è la Caterina onnipresente in Europa, per la diffusione del suo culto, che ha poi influito anche sulla letteratura popolare e sul folclore. Parlano di lei alcuni testi redatti tra il VI e il X secolo, cioè tardivi rispetto all’anno 305, indicato come quello della sua morte. Ed ecco come emerge la sua figura da questi racconti pieni di particolari fantasiosi. Caterina è una bella diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto.
Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, nominato governatore di Egitto e Siria (che si proclamerà “Augusto”, cioè imperatore, nel 307, morendo suicida nel 313). Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane. Un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio.
Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è invece Caterina che convince loro a farsi cristiani. Per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo.
Un nuovo miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. E alcuni studiosi ritengono che il racconto leggendario indichi, trasfigurandola, un’effettiva traslazione del corpo sul monte, avvenuta però in epoca successiva. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie furono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte.
A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto. La troviamo raffigurata nella basilica romana di San Lorenzo, in una pittura dell’VIII secolo col nome scritto verticalmente: Ca/te/ri/na; a Napoli (sec. X-XI) nelle catacombe di San Gennaro, e più tardi in molte parti d’Italia, così come in Francia e nell’Europa centro-settentrionale, dove ispira anche poemetti, rappresentazioni sacre e “cantari”.
La sua festa annuale è vista principalmente come la festa dei giovani. In Francia, Caterina diviene la patrona degli studenti di teologia e la titolare di molte confraternite femminili; e, in particolare, la protettrice delle apprendiste sarte, che da lei prenderanno il nome destinato a durare a lungo anche in Italia: “Caterinette”.
 

Autore: Domenico Agasso

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Santa Margherita d'Antiochia

Margherita (Marina nella "passio" greca attribuita ad un certo Timoteo che è la fonte principale per la biografia) nasce nel 275 ad Antiochia di Pisidia, all'epoca una delle città più fiorenti dell'Asia Minore, (oggi vicino le rovine della città è situata la borgata turca di Yalovaè del distretto di Iconio); Paolo e Barnaba in uno dei loro viaggi vi si fermarono per predicare Gesù Messia e Figlio di Dio ottenendo molte conversioni.
Il padre Edesimo o Edesio era sacerdote pagano, per questo ruolo la famiglia di Margherita spiccava per agiatezza e nella vita sociale e religiosa della città. Nessuna notizia si ha della madre. Margherita presumibilmente rimane orfana di madre dai primi giorni di vita, tanto che il padre la affida ad una balia che abita nella campagna vicina.
La balia segretamente cristiana, educa Margherita a questa fede e quando ritenne che fosse matura la presentò per ricevere il battesimo. Tutto ciò avvenne, ovviamente, ad insaputa del padre.
Siamo durante il periodo delle persecuzioni scatenate da Massimiano e Diocleziano, Margherita crescendo apprendeva la storia di eroismi dei fratelli di fede, irrobustiva il suo spirito ispirandosi al Vangelo, si sentiva decisa ad emulare il coraggio dimostrato dai cristiani davanti alla crudeltà delle persecuzioni e nelle sue preghiere chiedeva di essere degna di testimoniare la sua fedeltà a Cristo.
Il padre ignaro di tutto ciò decide di riprendere la figlia ormai quindicenne presso la sua casa di Antiochia. Margherita fu subito a disagio sia per il distacco dalla nutrice, che per lo stile di vita che teneva presso la casa paterna colma di agi.
Una sera chiese al padre cosa rappresentassero quelle statuette e le lampade che erano in casa, il padre spiegò che quelli erano gli idoli che adorava ed invitò Margherita a bruciare incenso per loro. Ella ascoltava quasi indifferente quello che il padre le diceva, il padre credette che Margherita mancava di una educazione religiosa adeguata al proprio rango sociale, la affidò così ad un maestro di sua conoscenza che dirigeva una scuola dove si insegnava un po' di tutto. Margherita non gradiva gli insegnamenti pagani e dopo poco tempo rivelò al padre di essere cristiana. Per tale motivo, il padre non esitò a mandarla via di casa, quindi Margherita ritornò dalla sua balia che l'accolse come reduce vittorioso di un'aspra battaglia. In campagna Margherita si rese utile pascolando il gregge e per le altre necessità che si presentavano; essa dedicava molto tempo alla preghiera, in particolare pregava per il padre e per i fratelli nella fede che venivano sempre più spesso perseguitati.
Un giorno mentre conduceva le pecore al pascolo, Margherita, venne notata da Oliario, nuovo governatore della provincia; appena la vide rimase colpito dalla sua bellezza e ordinò che gli fosse condotta dinnanzi.
Dopo un lungo colloquio il governatore non riuscì nell'intento di convincere Margherita a diventare sua sposa, essa si dichiarò subito cristiana e fu irremovibile nel professare la sua fede. Il governatore, dopo un lungo interrogatorio, alle risposte di Margherita, controbatte con la flagellazione e l'incarcerazione.

 Secondo la tradizione, in carcere a Margherita appare il demonio sotto forma di un terribile drago, che la inghiotte, ma lei armata da una croce che teneva tra le mani, squarcia il ventre del mostro sconfiggendolo. Da questo fantastico episodio, nacque nella devozione popolare quella virtù riconosciuta a Margherita, di ottenere, per la sua intercessione, un parto facile alle donne che la invocano prima dell'inizio delle doglie.
Dopo un breve periodo di carcere, Margherita è sottoposta ad un nuovo martellante interrogatorio davanti a tutta la cittadinanza, anche in quest'occasione, essa non esita a proclamare a tutti la sua fede e l'aver dedicato a Cristo la sua verginità. Ancora una volta viene invitata ad adorare ed offrire incenso agli dei pagani, ma lei si rifiuta e menziona il brano del vangelo di Matteo dicendo "quando sarete dinnanzi a magistrati e ai presidi, non vi preoccupate come o che cosa dovete rispondere, perché lo Spirito del Padre vostro, che sta nei cieli, parlerà per voi".
Mentre tutti osservavano quanto stava succedendo, una forte scossa di terremoto fece sussultare la terra e apparve una colomba con una corona che andò a deporre sul capo di Margherita.
Questo fatto prodigioso, le affermazioni di Margherita, il suo rifiuto delle pratiche pagane e le molte conversioni che avvennero, mandarono su tutte le furie il governatore che emise la sentenza di condanna per Margherita: "Venga decapitata fuori della città".
Margherita fu decapitata il 20 luglio 290 all'età di quindici anni.
Il corpo venne raccolto e portato in luogo sicuro dai fedeli dove fu fatto oggetto di grande venerazione.
Secondo la tradizione un pellegrino di nome Agostino da Pavia, nel secolo decimo, riuscì a trafugare, dopo varie peripezie, il corpo di S. Margherita e trasportarlo in Italia, a Roma per proseguire verso Pavia. Durante il viaggio, si fermò a Montefiascone, dove fu accolto dai benedettini del monastero di Santo Pietro ai quali raccontò le vicende del suo viaggio. Dopo qualche giorno il pellegrino si ammalò e morì, raccomandando ai monaci di conservare e venerare la preziosa reliquia.
Da qui cominciò a diffondersi il culto di S. Margherita per tutta l'Italia ed in altri paesi dell'Europa, molte città si pregiarono erigere chiese in suo onore.
La fama di S. Margherita è così importante da essere inserita tra i "quattordici Santi Ausiliatori", con questo nome vengono designati un gruppo di 14 santi alla cui intercessione il popolo cristiano suole far ricorso in momenti difficili. Essi sono: Acacio, Egidio, Barbara, Biagio, Cristoforo, Ciriaco, Dionigi, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Caterina, Margherita, Pantaleone e Vito.

Autore: Carmelo Randello

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Santa Barbara - Martire del III secolo

La memoria di questa Santa non figura più nel Calendario della Chiesa. I revisori della liturgia non hanno avuto difficoltà ad affermare ciò che da molto tempo gli studiosi sapevano: che cioè gli Atti di questa Martire, o creduta tale, sono del tutto favolosi, e che non è certo neanche il luogo del suo martirio.

Nonostante ciò, o forse ‑ al solito ‑ proprio per questo, Santa Barbara è stata una delle figure femminili più popolari del Medioevo. La sua storia è stata raccontata infinite volte con le parole o con i colori, sempre con particolari nuovi e diversi, proprio perché nessun documento, nessuna notizia sicura poteva contraddire qualsivoglia leggenda e fantasia.

Possiamo perciò fare a meno di ripeterla, ricordando soltanto l'episodio conclusivo della sua passione, ambientata a Nicomedia, in Bitinia, e collocata nel III secolo cristiano.

Cosa insolita, e francamente inaudita, Barbara, fanciulla cristiana, sarebbe stata infatti accusata, torturata e finalmente uccisa di spada dal proprio padre, ostinatissimo pagano.

Tale misfatto non poteva restare impunito e perciò, sempre secondo la leggenda, non appena la testa recisa di Barbara cadde in terra, un fulmine scoccò dal cielo a incenerire il padre snaturato.

Quel fulmine a ciel sereno, simbolo di una giustizia più simile a una vendetta, è il particolare‑chiave della devozione per Santa Barbara nei secoli. Tutti i popoli hanno attribuito misteriosa importanza alla folgore, considerata manifestazione del Nume più potente.

Anche nei secoli cristiani, la folgore veniva considerata spaventoso simbolo della morte improvvisa, cioè della « mala morte », che non lasciava al peccatore il tempo di pentirsi né la possibilità di prepararsi al trapasso.

(Piero Bargellini, Mille Santi del giorno, Vallecchi editore, 1977)

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Beato URBANO V papa 

Guglielmo de Grimoard è uno studiosissimo nobile francese, monaco benedettino, abate, nunzio apostolico a Napoli, eletto Papa il 28 settembre 1362 con il nome di Urbano V, ad Avignone, che è sede dei pontefici dal 1308. Uomo di penitenza, obbediente alla regola monastica fino alla morte, decide di ritornare a Roma dopo che nei territori pontifici la legalità è stata ristabilita da uno spagnolo energico e avveduto: Egidio d’Albornoz, cardinale e uomo d’armi: l’unico che fronteggia bene l’aggressività spregiudicata del milanese Bernabò Visconti contro i domini papali.
Il ritorno non piace alla gente di Curia. I cardinali francesi minacciano di abbandonare papa Urbano, ma lui resiste. Così, il 16 ottobre 1367, rieccolo a Roma. Viene però il tempo della sfortuna, aiutata pure da certe sue ingenuità. Muore il preziosissimo Albornoz; ma lui lo aveva già destituito, su istigazione del Visconti. Progetta una crociata che non si farà mai. E tenta invano di ripulire la “cloaca”, cioè di spazzare via avidità e corruzione dalla Curia romana. Ma non basta l’esempio della sua vita austerissima. E restano inapplicate le sue bolle moralizzatrici. Addirittura c’è chi lo critica, come già ad Avignone, per il denaro che destina a scuole e studenti poveri: ne aiuta troppi! E lui risponde meravigliosamente: "Anche se alcuni di questi giovani faranno poi un mestiere manuale, sarà sempre utile per loro avere studiato": e Urbano, almeno qui, è avanti di qualche secolo.
Così, si trova solo nella sua fedeltà. È solo, anche, nel rifiutare l’uso della forza contro nuove sommosse. Ed eccolo perciò ritornare ad Avignone: malgrado le esortazioni di Francesco Petrarca e le funeste profezie di una futura santa, Brigida di Svezia: "Se il Papa lascia Roma, non vivrà a lungo". Ma non è il coraggio che manca a Urbano. Minacce e “profezie” non l’hanno mai piegato. Ai primi di ottobre del 1370 rientra ad Avignone; e meno di tre mesi dopo è morto. Vestito del suo saio monastico, viene deposto nella cattedrale di Avignone, da dove è traslato più tardi nel monastero marsigliese di S. Vittore, che l’ha avuto per abate. Dice di lui il poeta Francesco Petrarca: "La colpa dell’abbandono di Roma non fu sua, ma degli autori di una fuga così vergognosa". Nel 1870, Pio IX lo onora come Beato.

Autore: Domenico Agasso

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S. Bernardino da Siena

Stenografate con un metodo di sua invenzione da un discepolo, le prediche volgari di S. Bernardino da Siena son giunte fino a noi con tutta la naturalezza e lo stile rapido e corto con cui venivano pronunciate sulle varie piazze italiane. E a rileggerle oggi se ne scopre l'attualità dei temi, tra i quali i più ricorrenti erano quelli della carità, dell'unità, della concordia e della giustizia. Fustigava l'avarizia dei nuovi ricchi, mercanti, banchieri, usurai, sensali, per i quali ricorreva a un gioco di parole chiamandoli "senz'ali", incapaci cioè di spiccare il volo e di sollevarsi di un palmo dalla loro "robba" o "masserizia": "lo so bene che la robba che tu tieni non è tua propria; anche l'ha data Iddio al mondo, per sovvenire al bisogno dell'uomo: non è dell'uomo, no, ma per lo bisogno dell'uomo".
Aveva parole durissime per quanti "rinnegano Iddio per un capo d'aglio" e per "le belve dalle zanne lunghe che rodono le ossa del povero". "Se tu hai della robba assai e non n'hai bisogno, e tu non la dispensi e muori, tu te ne vai a casa calda". "0 tu che hai tanti spogli più che non ha la cipolla, ricopri la carne del povero, quando tu il vedi così stracciato e ignudo: la sua carne e la tua è una medesima carne". Ricorreva a esempi familiari come quello della cipolla tenuta insieme foglia a foglia per spiegare la necessità dell'unione e della concordia.
Anche dopo la sua morte, avvenuta alla città dell'Aquila, nel 1444, S. Bernardino continuò la sua opera di pacificazione. Era infatti giunto morente in questa città e non poté tenervi il corso di prediche che si era prefisso. Persistendo le lotte tra le opposte fazioni, il suo corpo dentro la bara cominciò a versare sangue come una fontanella zampillante, e il flusso si arrestò soltanto quando i cittadini dell'Aquila si rappacificarono. Per riconoscenza venne decretata l'erezione di un magnifico monumento sepolcrale, realizzato poi da Silvestro di Giacomo.
S. Bernardino, canonizzato nel 1450, cioè a soli sei anni dalla morte, era nato nel 1380 a Massa Marittima, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi. Rimasto orfano dei genitori in giovane età fu allevato a Siena da due zie. Frequentò lo Studio senese fino a ventidue anni, quando abbandonò la vita mondana per vestire l'abito francescano. In seno all'ordine divenne uno dei principali propugnatori della riforma dei francescani osservanti. Banditore della devozione al santo nome di Gesù, ne faceva incidere il monogramma "YHS" su tavolette di legno, che dava a baciare al pubblico al termine del discorso. S. Bernardino è il patrono dei pubblicitari italiani.

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Papa Bonifacio IX (1389 - 1404)

È uno dei papi più giovani. Infatti viene eletto a soli 30 anni. Appartiene alla nobile famiglia Tomacelli. Il suo predecessore Urbano VI gli lascia una pesante eredità: un antipapa (col nome di Clemente VII) e l’inizio dello scisma d’occidente. Proprio per evitare la dolorosa divisione, Bonifacio IX conduce lunghe e laboriose trattative con Carlo VI di Francia, con l’antipapa Clemente VII e con il suo successore Benedetto XIII. Pietro Tomacelli sfiora il successo proponendo tre soluzioni: a) la spontanea abdicazione del Papa e dell’antipapa; b) l’istituzione di una commissione arbitrale; c) la convocazione di un Concilio Ecumenico. Ma nonostante la buona volontà, non riesce nell’impresa. Anche la situazione romana è difficile e Bonifacio IX è costretto, per ben due volte, a fuggire a causa di sanguinose rivolte rifugiandosi nel 1392 a Perugia e nel 1398 ad Assisi. Nei momenti di relativa tranquillità fa restaurare Castel Sant’Angelo ed ordina la fortificazione del Campidoglio. Decide anche l’apertura dell’Università di Ferrara. Muore a soli 45 anni lasciando la Chiesa nel mare in tempesta.

Dalla Storia dell’Anno Santo di Dante Alimenti, Editrice Velar, Bergamo 1983

per maggiori notizie su Pietro Tomacelli: clicca

 

 

 

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Aggiornato il: 28/11/2003