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Il frammentario ciclo
cristologico di Santa Maria della Croce a
Casaranello sembra potersi collocare verso la metà
del XIII secolo,
a colmare, insieme con i brani ricordati nelle
fonti, questo vuoto. In
questa chiesa, sulla parete sinistra della navata
centrale, si susseguono
l'Ultima Cena e il Bacio di Giuda, verso la
controfacciata: il ciclo poi prosegue
sulla parete destra con le Pie Donne al sepolcro e l'Anastasis,
di cui si intravedono a destra Salomone e Davide
sotto una specie
di tenda e, a sinistra, i progenitori. Sulla volta a
botte sono campiti i più noti affreschi con le storie delle sante Caterina e Margherita,
recentemente, e più convincentemente, attribuite
non a
maestranze di educazione francese del XIV secolo,
bensì ad un pittore svevo meridionale attivo fra il 1250 e 1260. Non è però stato affrontato il problema
del rapporto fra gli affreschi con le scene
cristologiche, di tradizione bizantina, e quelli
della volta, giudicati più o meno coevi. Ma l'esame
degli intonaci, visibili ad occhio nudo in più
punti, permette di stabilire che lo strato con le
storie delle sante si sovrappone a quello
"bizantino", che risulterebbe più antico,
rispetto
al 1250-60 circa proposto per gli affreschi della
volta. Si tratta dunque di un elemento
prezioso in un quadro in cui, come si è detto,
mancano precisi punti di riferimento di tipo
cronologico cui ancorare questa produzione. Ancora
un elemento interessante è offerto dalla disposizione delle scene cristologiche, invertita rispetto a quella consueta,
dove la lettura inizia da destra. A Casaranello invece il ciclo parte
dalla parete sinistra della navata centrale, di cui
si sono
conservate le ultime due scene verso la
controfacciata cioè, nell'ordine, Ultima
Cena e Bacio di Giuda, per poi proseguire, sulla parete
destra, con le Pie Donne e l’Anastasis, che
costituiscono le uniche scene superstiti del ciclo. Del resto non si può pensare ad un cambiamento di
orientamento della chiesa perché l'abside paleocristiana
ha svolto ininterrottamente la sua funzione: ciò è
indicato dalla
presenza di strati di affreschi medioevali databili
dalla fine del X secolo (i due santi cui si è accennato relativamente a quel secolo), al XIII — la Deisis
arricchita dall'inserimento di un quarto personaggio
che si sovrapponeva, prima dello strappo, ai santi
più antichi
- ed oltre.
Le scene cristologiche,
e soprattutto quelle meglio conservate, presentano
alcune significative peculiarità che vale la pena
di segnalare.
La confezione iconografica dell'Ultima Cena, che di
consueto, in
ambito bizantino, inaugura il ciclo della Passione,
appare ancorata a schemi più antichi, come
conservatore è il linguaggio anche rispetto alla scena seguente, e sembra dipendere da modelli più antichi,
che non mancano in Terra d'Otranto - si pensi
all'Ultima Cena
nel San Pietro ad Otranto, della seconda metà del X
secolo, da cui a Casaranello è
stato ripreso sia l'impianto iconografico sia certi elementi nei visi degli
apostoli: si tratterebbe dunque, a circa due secoli e mezzo di
distanza, di un interessante esempio di trasmissione iconografica.

Invece nel Bacio di
Giuda, di cui rimangono alcune lettere del titulus
in greco h prodosia,
va rilevata una grossa imperizia
da parte dei frescanti nel costruire la figura di
Giuda, che si piega
in modo impacciato verso un monumentale Cristo. Più
interessante è l'analisi dei due gruppi di soldati
che partecipano all'avvenimento, il tradimento di
Giuda, dalle sembianze marcatamente orientali, quasi tutti
con sottili baffi, che evocano i tipi mongoli; anche gli elmi a
bacinetto sono orientali. E non si tratta di un
unicum: nella stessa scena a San Mauro presso
Gallipoli personaggi ma soprattutto armature sono
ben più caratterizzati nei loro elementi orientali.
In particolare, nel gruppo di sinistra il tipo di
elmo conico, con
guardacollo e uno scudo a rotella, piccolo, ornato
da un fiore a cinque petali al centro, denunciano l'intenzione di rappresentare nei due gruppi di
soldati, il soldato islamico, il nemico dei
Cristiani per antonomasia. Le miniature islamiche e
quelle prodotte in Terrasanta soprattutto nel
XIII secolo, sono una preziosa fonte per alcuni elementi delle
armature di quel periodo, che si ritrovano appunto a
San Mauro e a Casaranello. Nelle varie redazioni
della storia
d'Oltremare, nella rappresentazione delle battaglie
fra Crociati e Turchi, sono le armature a
distinguere i contendenti, ma soprattutto gli elmi e lo
scudo. I Crociati portano sempre il camaglio con o senza
elmo, e imbracano lo scudo triangolare di tipo
sannitico: i Turchi
sono differenziati proprio dal tipo di scudo,
piccolo, a rotella, con decorazioni (spesso è una
sorta di fiore, come a San Mauro), e dall'elmo. Per il
tipo di elmo con guardacollo, ancora come a San Mauro, le miniature
islamiche sono più precise: il guerriero islamico ha quasi sempre un
elmo analogo con paranuca, e imbraca lo scudo a
rotella fin nelle miniature del periodo ottomano;
inoltre l'elmo islamico manca dei ripari per
la faccia. Questo tipo sembra di origine ancor più
orientale; secondo Ettinghausen, infatti, la
tipologia dell'armatura nelle miniature islamiche
dal XIII secolo in poi sarebbe di origine
mongola, ma lo scudo a rotella è ben più antico, essendo già
usato presso gli Assiri e gli Achemenidi. Esso compare
anche nelle miniature siriache del XIII secolo
prodotte in atelier
cristiani, molti dei quali ubicati in territori
governati dai Musulmani e dai Mongoli. Sembra dunque che la rappresentazione dei
gruppi di soldati che compaiono nella scena del
Bacio di Giuda a Casaranello riveli un intento
dichiaratamente polemico e nell'accentuare i tipi orientali e nella scelta delle loro armature, specificatamente elmo e scudo (quest'ultimo
in ispecie a San Mauro), fatto che sembrerebbe
riflettere una particolare situazione storica. Tenendo anche presente
che al 1250-60 si data lo strato di affreschi successivo, si tratta
di isolare determinati avvenimenti che si verificano
in Oriente prima di questa data. A parte le armature
orientali, sono i tipi dichiaratamente mongoli a
suggerire indizi preziosi. Ciò ci riporta alla
prima metà del XIII secolo, al 1220 circa e
dintorni, quando
le conquiste mongole nei territori islamici avevano
fatto sperare l'Occidente, impegnato
duramente nelle Crociate. Ma l'invasione mongola della
Russia e poi la distruzione dell'impero dei Bulgari del Volga nel
1237, cui seguirono le terribili devastazioni di parte dell'Europa
orientale, insieme con l'annientamento della Bulgaria,
aprirono gli occhi al papa e all'Occidente sul grave
pericolo che li
minacciava. E proprio intorno al 1240-41 Federico II
cercò di riunire i principi cristiani
d'Occidente sotto la sua guida, e si pensò anche a
una crociata contro i Tartari: contemporaneamente falliscono i
tentativi di alleanza, che avranno esito favorevole
non prima del 1260 circa.
Sono dunque questi i
significativi avvenimenti storici la cui eco immediata
- e non avrebbe altrimenti senso se non fosse così
- si coglie in determinati elementi iconografici e
fisionomici nel Bacio di Giuda a Casaranello, e
in ispecie nei volti "mongoli" dei
soldati, tenuto anche conto del ruolo di Federico II,
signore di queste contrade, nelle vicende. A
San Mauro invece, i cui affreschi si collocano cronologicamente, come
si vedrà, allo scadere del secolo, i soldati, pur
indossando il caratteristico elmo con paranuca e
soprattutto lo scudo a rotella decorato, mancano di quelle connotazioni fisionomiche
che caratterizzano inequivocabilmente come mongoli i
volti dei soldati
del Bacio di Giuda di Casaranello. Del resto, sul
finire del XIII secolo, il quadro storico appare
decisamente mutato: con la battaglia di 'Ain
Jalùt in Siria tra Mongoli e Mamelucchi d'Egitto (1260), vinta da questi ultimi, se da una parte inizia il processo di islamizzazione
dei Mongoli, dall'altra l'evento si ripercuote in modo ineluttabile sugli stati crociati: in questo momento, e in seguito al riavvicinamento con
l'Occidente, non sono più i Mongoli il nemico
bensì, ancora una volta, l'Islam. È un bell'esempio,
questo di Casaranello,
di ripercussione emotiva e polemica di avvenimenti storici
attuali in un ciclo pittorico. Del resto poco più
tardi, mutati come
si è detto i rapporti fra Mongoli, Occidente e
regni d'Oltremare, fra i Magi in
ginocchio davanti a Cristo e alla Vergine di un'icona del Sinai il
Weitzmann riconosce, in un personaggio dal volto tipicamente mongolo, il
generale Kitbuqa, un cristiano nestoriano che si
proclamava discendente appunto dei Magi: ciò
avveniva a seguito dei ripetuti contatti fra
i Mongoli e l'Occidente, che ebbero esiti positivi, dopo
lunghe trattative, negli anni fra il 1250 e il 1260.
I visi mongoli di Casaranello, come quello del
generale Kitbuqa in un icona del Sinai pochi
anni dopo, sembrano riflettere ciascuno una faccia dello stesso
specchio nel loro intento, polemico a Casaranello, diplomatico al
Sinai, che accoglie e riflette gli echi appunto di una realtà in
continua evoluzione: pur se gli avvenimenti si
svolgono in
terre lontane, il loro subitaneo ripercuotersi in
Occidente, l'appello del papa e
di Federico II, ne fanno, anche sul piano emotivo, una realtà quanto
mai vicina.
In conclusione, per
una felice coincidenza, il dato di tipo tecnico legato
agli intonaci di Casaranello, che permette di
stabilire la maggiore antichità delle scene
cristologiche rispetto alle Storie delle Sante
Caterina e Margherita (1250-60 circa), che
rappresenta uno strato di pochi anni più recente, e
l'interpretazione della scena del Bacio
di Giuda dove, nei visi di tipo mongolo dei soldati
e nelle armature
orientali si coglie l'intento polemico contro i
Mongoli, visti come
il nemico presente che minacciava l'Europa e la
Cristianità, riflettono quegli avvenimenti
che si svolsero principalmente fra il 1237 e il 1245 circa.
Intorno alla metà del XIII secolo si possono dunque assegnare le scene cristologiche dello strato di affreschi che vi si sovrappose, con
le storie della sante. Più o meno allo stesso periodo
andrebbe assegnata la grande Deisis, in
origine campita nell'abside, a sinistra, oggi
sistemata sul muro perimetrale destro dell'edificio, articolata
non in tre bensì in quattro personaggi.

Sotto il profilo iconografico
questa immagine rappresenta una summa di varianti
alla Deisis tipo, dalla sostituzione del
Battista con un altro santo, giovane e
imberbe, forse Giovanni Evangelista, allo stesso
Cristo, non in piedi bensì seduto in trono, e
ancora all'inserimento di un quarto personaggio, una
santa con una croce in mano, la cui presenza concorre a
squilibrare l'originario ductus ternario
della composizione.
La sostituzione del
Precursore con l'Evangelista è documentata in più
di un caso, in ispecie a partire dal XIII secolo,
nell'Italia centrale
ed è chiaramente mutuata dall'iconografia della
Crocifissione: e così
l'arricchimento della composizione, in genere
trimorfa, che di regola
comprende personaggi in numero dispari anche per
ragioni di simmetria, onde non alterarne
l'equilibrio compositivo. Le non buone condizioni in
cui versa la porzione di affresco con la santa, a destra, di cui non si
è conservato il nome, rendono difficile la sua
identificazione: evidentemente si tratta di una
santa che godeva di particolare venerazione in
questa chiesa, Margherita (che è poi la Marina bizantina) o più probabilmente Caterina, le cui storie si
susseguono nella volta a botte della chiesa e che,
fin da epoche più remote compaiono spesso
insieme, fatto che presuppone un collegamento con il
ciclo della vita di queste sante, anche se si tratta
di prodotti
di due culture diverse. C'è inoltre da rilevare che
la santa indossa il thorakion, il costume imperiale il cui uso è attestato a partire
dall'XI secolo e che spesso, in ambito bizantino,
qualifica la rappresentazione delle sante Caterina e
Marina/Margherita. Una datazione del pannello
fra la metà e la seconda metà del XIII secolo può
essere sostenuta anche per i confronti fra la testa
del Cristo e il volto
del Cristo dell’Anastasis nella chiesa di
Bojana presso Sofia, in Bulgaria, del 1259,
anche se il linguaggio, pittorico a Bojana, appare schematizzato e
appiattito a Casaranello.
Marina Falla
Castelfranchi |